Ora il fottuto 20-20, lo stramaledetto bis-bisesto che ci ha privato del Palio (e non è stata nemmeno la disgrazia più grande), almeno alla nostra festa, di danni non ne potrà fare più (speriamo).

Con il non-giro dell’Aquila si è chiusa la stagione del silenzio; delle bandiere arrotolate; dei tamburi non suonati; delle passioni non espresse. La città, nella sua sostanza, ha dimostrato di aver preso la cosa con serietà, maturità e senso di responsabilità: le reazioni emotive a botta calda (i canti emozionanti e amareggianti dai balconi e dalle finestre; le “simulazioni” psicologiche sostitutive della realtà paliesca; le invocazioni del fantasma del Palio) riscontrate a luglio, al primo impatto traumatizzante con l’assenza della festa, sono state domesticate e governate già un mese dopo, ad agosto. Un po’ per volta è entrata nelle nostre teste una consapevolezza: che eravamo in guerra, e in guerra il Palio si sospende. Perché il Palio è “normalità” e se la “normalità” non ci può, oggettivamente, essere si fanno i conti con la realtà e non c’è nemmeno il Palio.

Si è provato a ridare un minimo di vita alla dimensione aggregativa nelle Società di Contrada, ma non si poteva andare oltre il timido tentativo fatto. Di più avrebbe voluto dire sfidare l’incoscienza.

Si sta provando, faticosamente, a ridare alla Contrada una dimensione di governo, ma è complessissimo: le assemblee sono di difficoltosissima gestione. Se (come è doveroso fare) si rispetta il distanziamento, credo che nessuna Contrada sia in grado di garantire l’accesso a tutti gli aventi diritto in un locale chiuso e adeguatamente dotato di sufficienti posti a sedere. Si è fatto ricorso, in qualche caso, all’escamotage dell’open space, con i contradaioli muniti di auricolare, ma, appena la stagione si è messa al brutto, la cosa ha mostrato tutta la sua critica praticabilità. Il che significa che dovremo rassegnarci ad una relativa rarefazione dell’esercizio della democrazia partecipativa, diretta, nella Contrada. E questa possibile prospettiva ci convoca, come Contradaioli, ad una prova di serietà e di responsabilità gigantesca: ciascuno di noi è gelosissimo del suo diritto di esprimere il proprio punto di vista, senza intermediazioni, sulla gestione della Contrada, ed è innato in tutti il senso del controllo capillare (non di rado critico e polemico) dell’operato della dirigenza. Bisognerà continuare a esercitare entrambe queste prerogative, ma prevedendo anche di dover, forse, accedere al compromesso di delegare un po’ più di quanto siamo abituati, da sempre a fare. Il numero di DOP (leggi: Decreto dell’Onorando Priore) dovrà necessariamente essere considerato uno strumento di governo al quale si dovrà ricorrere con una qualche maggior frequenza che in passato. Che non significa, beninteso, dare carta bianca, ma, più semplicemente, essere disposti mentalmente a dar fiducia “al buio” un po’ più di prima (tanto, il modo di mugugnare e polemizzare lo troveremo uguale, sennò non saremmo né senesi, né Contradaioli, e, comunque, nessuno ci toglierà lo strumento valutativo a conclusione del mandato di una dirigenza).

E speriamo che tutto questo duri il meno possibile, anche se le previsioni che si possono trarre dalle considerazioni degli epidemiologi ci inducono a non cullarci in sconsiderati sogni di normalizzazione a breve: fra ottobre e gennaio ci attende una prova severa di recrudescenza dell’epidemia; di vaccini validi, per ora, si parla e si sperimenta, ma, al momento, siamo a zero; le possibilità di partecipazioni ad attività collettive paiono ancora lontane, si è dato accesso a mille (mille!! Una cifra ridicola) tifosi per le partite del massimo campionato. Che ci possano essere, anche per il prossimo anno, criticità per entrare in Piazza a seguire il Palio è un’ipotesi non poi così remota. Prepariamoci mentalmente. Il 20-20 potrebbe avere code velenose e, come si dice, pungere come le vespe morte. Quelli che vissero l’ultima guerra, del Palio se ne privarono per parecchi anni. Siamo in guerra. Potrebbe (speriamo di no) risuccedere.