Ci si arriva da un breve sentiero fra gli alberi e ci si trova ai piedi di un torrione. E’, al tempo stesso, la facciata e il campanile, ma l’aspetto turriforme non è casuale, né un capriccio di qualche antico architetto. E’ proprio una torre, che è stata utilizzata per farne il prospetto della pieve dedicata a San Giovanni Battista. Quella che dà il nome all’insediamento: Pievasciata.
Accanto, l’immancabile cippo con i caduti nella prima guerra mondiale provenienti da questo modesto insediamento, che, come sempre, lascia sbalorditi e raggelati a vedere quanti ne son morti di una comunità che era quella di un piccolo paese di campagna.
La porta d’accesso in elegante romanico è spalancata: si entra e sembra di varcare una soglia del tempo, perché se l’esterno, nella sua severa imponenza, è in ottimo stato, appena varcato l’ingresso ci si trova in una chiesa semicrollata, che, nella sacrestia presenta un locale sul quale aggetta ormai solo un brandello di tetto, perché i residui della copertura giacciono a terra. Eppure, si capisce che in origine la struttura religiosa doveva avere più di una navata; si vedono ancora gli altari barocchi realizzati dal pievano Giovan Battista Lucchi nel XVIII secolo; i muri conservano le lapidi; brandelli di copertura presentano decorazioni ricercate, così come una irreale parete che, sopra, ha il cielo aperto, e offre una decorazione freschissima che sembra fatta ieri. Nelle nicchie rimangono quelle vestigia che non sono state portate via: una madonna con bambino a dimensione naturale; un angelo che guida per mano un bambino. Un confessionale, malandato ma non irrecuperabile, sembra ancora quasi pronto a ricevere l’elenco sussurrato e contrito dei peccati di qualche fedele e, soprattutto, il pulpito ligneo, decorato, campisce sulla parete di sinistra (in cornu evangelii) con una maestosità che commuove.
Lo stesso ingresso ha negli stipiti e nella volta decorazioni policrome, dorate e fresche in foggia di connesso a imitazione dell’arte musiva tardoantica e alto-medievale (anche se queste sono, chiaramente del Novecento) che rinviano ad un uso della pieve dismesso non poi così tanto tempo fa.
Soprattutto, l’edificio e i lacerti di ciò che lo ornava testimoniano di un luogo di culto “partecipato” e amato da chi lo frequentava.
I locali adiacenti della pievanìa (logicamente, inaccessibili) che ospitavano la canonica, ricavati da quella che era in origine la seconda torre dell’insediamento, con le pareti esterne sulle quali sono stati murati a mo’ di decorazione frammenti di ceramica e altri “resti” alludono a una dimensione di contiguità fra vita “ordinaria” quotidiana e vita spirituale. Nel corridoio che porta alle case di chi abitava nel circuito murario all’interno della pieve un forno ci fa sentire ancora gli odori del pane sfornato, della carne che cuoce, della quotidianità di un luogo tanto mistico e tanto vissuto. Nel cortile c’è addirittura un piccolissimo abitacolo che è chiaramente una cuccia di un cane, ornato, da una croce.
Questo è la chiesa della Pievasciata: in uno stato che stringe il cuore, tanto più di fronte all’intuizione di che cosa era e di quanta storia c’è intorno a quel torrione riusato come campanile.
Perché Pievasciata…ah: fermi! Il nome. No, l’ascia non c’entra niente. Il nome originale di questa che è una sede pievanilie fra le più antiche della Berardenga è “Plebs Sciatae”, dove “sciata” potrebbe quasi certamente essere una derivazione di “ischiata”, tanto è vero che proprio un toponimo Ischia si trova poco lontano da lì…ah, fermi! No, Ischia non è il nome solo della famosa isola. Ischia è un toponimo comunissimo, perché deriva da “iscla” che è, a sua volta, una corruzione di “insula”. Che ci fa un’isola in mezzo al paesaggio del Chianti? Ci fa l’isola. Non nel senso di terra emersa in mezzo al mare, ma di terra che rimane all’asciutto durante le esondazioni di un vicino fiume (Isola d’Arbia, Ischia d’Ombrone, ad esempio). E qui siamo nel regno dell’Arbia e dei suoi corsi d’acqua correlati.
Riprendiamo il discorso: Pievasciata, si diceva, è un insediamento molto antico. La prima testimonianza come pievanìa risale al 1086 e viene citata nel “lodo di Poggibonsi”, quell’accordo fra Siena e Firenze che, nel 1203, tracciò la frontiera fra i territori delle due città e che sarebbe rimasta pressoché immutata, di fatto, fino alle riforme territoriali e amministrative granducali di metà Settecento.
Qui intorno si combatterono senesi e fiorentini nella guerra del 1229, quando finì saccheggiata e bruciata da questi ultimi. Forse fu teatro di guerra non solo in quell’occasione, ma non facciamo spoiler e abbiate pazienza ancora per qualche riga.
La pieve, in età medievale, è giuspatronato di alcune importanti famiglie senesi: i Ciampoli, prima, e i Cerretano in seguito, e stende la sua giurisdizione sui territori che da Catignano vanno a Pontignano, Pontignanello, Cellole, su su fino a Vagliagli, arrivando ad avere fino a sei chiese suffraganee.
Non è stato solo il 1229, si diceva, il solo momento in cui Pievasciata è stata scenario di un conflitto fra Siena e Firenze.
Nel 2004, Carlo Bellugi (purtroppo scomparso da qualche anni), postulò la (non peregrina) possibilità che la battaglia di Montaperti avesse visto come scenario più la Pievasciata che la collinetta sulla quale sorge, contornato di cipressi, il cippo commemorativo dell’avvenimento.
E’ un fatto, argomentava Bellugi, che i documenti notarili dell’esercito fiorentino (quelli poi artificiosamente ricomposti in un pezzo unico, denominato “Libro di Montaperti”, prontamente rimandato a Firenze dal governatore mediceo Barbolani di Montauto dopo l’annessione di Siena alla corona ducale) dicono chiaro e tondo che, la sera del 3 settembre, i guelfi sono accampati presso Pievasciata. Come ci sarebbero arrivati la mattina del 4 a Montaperti? Con una perigliosa marcia notturna? Con salmerie e quant’altro al seguito. E poi perché? Più probabile che lo scontro sia cominciato non lontano da Pievasciata e sia terminato a Montaperti nel cui castello si sarebbero rifugiati i fiorentini, sconfitti, in fuga.
Ipotesi che ha scandalizzato qualcuno, ma che non può essere liquidata con una scrollata di spalle.
Come che sia, Pievasciata è intrisa di storia del territorio senese e vedere proprio la pieve che dà nome e memoria all’insediamento (e per di più un edificio di quella bellezza) ridotta in quelle condizioni fa star male. Né basta a controbilanciare l’amarezza il bel parco di sculture moderne che contorna questo edificio. E’ un pezzo di identità senese e, di più, toscana che sta andando in distruzione.
Possibile che non ci sia modo di fermare questa cancellazione in atto di memoria di un territorio?